Dopo intense settimane di negoziazioni, il 16 luglio il Parlamento Europeo ha avallato con 383 voti la proposta avanzata dal Consiglio e ha eletto come nuovo presidente della Commissione Europea la tedesca cristiano-democratica Ursula Von der Leyen. Come prevedibile questa nomina ha suscitato non pochi malumori, soprattutto all’interno del gruppo dei socialisti e democratici (S&D), che ha mostrato un certo scetticismo e ha ribadito che la conditio sine qua non per l’appoggio al prossimo presidente della Commissione è la realizzazione del programma presentato durante la campagna elettorale, in primis l’attuazione dael Pilastro Europeo dei Diritti Sociali. 

Certamente, la richiesta da parte dei socialdemocratici di dare priorità alla dimensione sociale europea non stupisce. Già nel 2014, infatti, il manifesto del partito socialista europeo (PSE) metteva al centro il tema del rilancio occupazionale, soprattutto giovanile, la questione salariale, il contrasto al divario retributivo e pensionistico di genere e la lotta al dumping sociale. Tuttavia, se cinque anni fa il richiamo alla dimensione sociale europea era prevalentemente limitato ad espressioni di intenti, il manifesto del 2019, titolato “Un nuovo contratto sociale europeo”, avanza una serie dettagliata di proposte di policy. Tra queste, l’introduzione di una iniziativa europea sui salari minimi, da concordare con le parti sociali, la creazione di uno schema europeo di contrasto alla disoccupazione, l’attuazione dell’Autorità europea per il Lavoro, per garantire una mobilità equa, il lancio di un piano di supporto alle infrastrutture sociali, a partire da politiche per garantire a tutti il diritto ad un’abitazione dignitosa e, infine, la creazione di una Garanzia europea per il contrasto alla povertà infantile. 

Nella lettera inviata prima del voto alla presidente del gruppo dei socialdemocratici, Iratxe García Pérez, Von der Leyen si è impegnata formalmente, in cambio dell’appoggio dei socialdemocratici alla sua nomina, a realizzare ciascuno dei punti sopra menzionati del manifesto dei socialdemocratici. Un impegno ambizioso, che dovrà fare i conti non solo con gli ostacoli che saranno indubbiamente posti da numerosi stati membri, ma che avrà bisogno, prima di tutto, di trovare la maggioranza parlamentare necessaria. A tale proposito vale la pena, provare già ora a capire quali possano essere gli scenari che potrebbero verificarsi in Parlamento qualora queste proposte fossero messe in agenda. 

Per fare questo, un’analisi dei manifesti elettorali presentati da ciascuno dei gruppi politici del Parlamento può essere utile per provare a delineare quella che potrebbe essere l’agenda sociale dei prossimi cinque anni. Ad un primo sguardo, quello che ne emerge è che, in materia di politiche sociali e del lavoro, l’alleato naturale dei socialdemocratici sono i verdi. Nei due programmi presentati dai Green e dall’European Freedom Alliance (EFA), infatti, il patto sociale prima evocato nel manifesto del Partito socialista europeo prende il nome di Green New Deal, ma i contenuti si sovrappongono. Viene, infatti, posta la realizzazione del Pilastro Sociale come punto di primaria importanza, si propone l’introduzione di un’assicurazione per la disoccupazione per i paesi della zona Euro, aperta anche ad altri che desiderino parteciparvi, la realizzazione di un piano europeo di investimenti in educazione e ricerca, il rafforzamento di Garanzia Giovani, da rendere obbligatoria in tutti gli Stati membri, l’estensione e maggiore inclusività di Erasmus Plus. E ancora, la riforma dell’eurozona per mettere la parola fine alle politiche di austerità, una misura per la parità di salario tra uomini e donne e, infine, proposta nuova rispetto al gruppo S&D, l’introduzione di schemi di reddito minimo adeguati in tutti gli stati membri.

Se indubbiamente i verdi sono il primo alleato dei socialdemocratici in materie di politiche del lavoro e sociali, il discorso diventa più complesso se guardiamo al gruppo Renew Europe. In questo caso, infatti, il manifesto presentato dal vecchio gruppo ALDE per le elezioni non contiene proposte specifiche, ma si limita a richiami generali alla necessità di investimenti in infrastrutture, sistemi educativi all’avanguardia, innovazione e ricerca, pari opportunità. Il discorso diventa però più interessante se guardiamo al programma presentato dalla lista Renaissance di Emmanuel Macron, che con i suoi 21 deputati rappresenta l’azionista principale del nuovo gruppo politico. Nel programma di Renaissance, infatti, si chiede esplicitamente la creazione di un bilancio dell’Eurozona con tre funzioni: investimenti sociali, assistenza finanziaria in caso di emergenza e risposta in caso di crisi economica. Si propone poi una piena realizzazione del Pilastro Sociale, attraverso la creazione di un’assicurazione europea contro la disoccupazione, l’introduzione di una iniziativa europea sul salario minimo, e la creazione di diritti europei a livello di formazione e copertura sanitaria. Infine, Renaissance propone di adottare misure di contrasto al dumping fiscale e sociale, non solo all’interno dell’UE ma anche da parte dei paesi extra UE, e di stabilire clausole sociali e ambientali da rispettarsi in tutti gli accordi commerciali dell’Unione.

Alla luce dell’analisi dei manifesti dei socialdemocratici, verdi e liberali sembra quindi che una certa convergenza si possa trovare queste forze politiche. Tuttavia, la frammentazione del gruppo Renew Europe, dove rientrano partiti dichiaratamente a favore delle politiche di austerità, come i liberali tedeschi o olandesi, e partiti assolutamente contrari alla cessione di sovranità nazionale in ambito di politiche sociali e del lavoro, come quelli scandinavi, potrebbe limitare la capacità di incisività e le ambizioni del nuovo gruppo di Macron e Verhofstadt. Per questo è importante che nella costruzione di alleanze per implementare il proprio patto sociale, il gruppo S&D guardi di volta in volta anche al sostegno di altri gruppi.

In questo caso l’alleato naturale non può che essere il gruppo Confederale della Sinistra Unitaria e Sinistra verde nordica, che già durante la scorsa legislatura ha dimostrato il pieno sostegno nell’implementazione dell’agenda sociale di Juncker e del Pilastro Sociale. Come emerge chiaramente anche dal manifesto elettorale, la sinistra europea ha quasi definitivamente abbandonato la vocazione euroscettica che l’ha contraddistinta fino pochi anni fa per abbracciare un approccio costruttivo europeista. Per questo, è possibile immaginare una convergenza sulle proposte politiche in materia occupazionale, sociale, dell’educazione e un appoggio sulle politiche di investimento e quelle ambientali.

Infine, per concludere, l’ultimo alleato che i socialdemocratici possono trovare per l’implementazione della propria agenda sociale è proprio il Partito Popolare Europeo della presidente Von der Leyen. L’appoggio dei popolari non solo non va sottovalutato perché il gruppo è parte della ‘coalizione di governo’ o perché è il primo gruppo nel Parlamento, quanto piuttosto per un genuino interesse da parte di alcune delegazioni nazionali del PPE nell’attuare parti dell’agenda sociale. A tale proposito, è ipotizzabile immaginare un’alleanza con le delegazioni del sud Europa e dell’Est su temi quali la creazione di un’assicurazione europea contro la disoccupazione, o l’istituzione di una Garanzia per i minori. Al contrario, si può immaginare una coalizione con le delegazioni dell’Europa occidentale su materie quali l’introduzione del salario minimo, per garantire condizioni di lavoro dignitose a ciascun lavoratore, al contempo ostacolando l’emergere di forme di concorrenza sleale. 

Chiaramente questo richiederà di volta in volta aggiustare le alleanze e comporre nuove strategie per riuscire ad ottenere un supporto orizzontale da parte di altre forze politiche. In questo senso, la composizione frammentata del nuovo parlamento non aiuta a costruire precise previsioni. Tuttavia, immaginando piena compattezza del gruppo S&D e una solida alleanza con i verdi, e con il supporto della nuova presidente della Commissione, è possibile intravedere un futuro per un’ambiziosa agenda sociale europea.


Francesco Corti

Dottorando in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano nel team del professor Maurizio Ferrera, membro dello Young Academic Network della Foundation of European Progressive Studies. Per tre anni policy advisor e service provider dell'eurodeputato Luigi Morgano. Già visiting researcher presso l’European Social Observatory. Alumnus della Fundación Academia Europea e Iberoamericana de Yuste.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *