Gli ingenti investimenti che saranno messi in campo con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza fino al 2023 e con il nuovo budget europeo fino al 2027 potrebbero fare da volano per la crescita, la creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro e permettere al debito nazionale di rientrare a livelli pre-COVID in tempi relativamente rapidi, se utilizzati con un focus specifico per la transizione ecologica. Questo è quanto emerge dall’analisi redatta da oltre trenta economisti e ricercatori italiani “Ossigeno per la crescita. La decarbonizzazione al centro della strategia economica Post-Covid”, la prima in Italia a guardare alla decarbonizzazione come un cambio di sistema. L’impatto economico in Italia di una spesa incentrata su decarbonizzazione e resilienza sarebbe imponente: un tasso di crescita medio annuo vicino al 5% per i primi anni e del 3,5% nel medio termine, convergendo al 2% nel lungo termine. Sarebbe l’unico modo per riportare il debito pubblico italiano ai livelli pre-COVID entro il 2030, e di ottenere entro la stessa data un aumento complessivo del PIL del 30%, e del tasso di occupazione dell’11%.

Inoltre, un utilizzo dei fondi del PNRR centrato sulla riconversione ecologica sarebbe anche l’unico modo per raggiungere i nuovi obiettivi climatici al 2030 (è in discussione il taglio delle emissioni di almeno il 55% rispetto al 1990, il Parlamento Europeo chiede il 60%) e la neutralità climatica – ovvero la somma zero tra emissioni rimanenti e quelle assorbite – al 2050.

L’altra buona notizia arriva dalle nuove proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia: le rinnovabili sono oggi più competitive dei fossili. In particolare, il fotovoltaico è diventato nella maggior parte del mondo molto più vantaggioso rispetto a gas o carbone. Il tramonto di tutti i combustibili fossili subirà un’accelerazione nei prossimi anni. Per l’Italia, tra i paesi più ricchi di energia solare, è un’opportunità senza precedenti di ripensare il suo ruolo: passare cioè da hub del gas ad hub del solare ed eolico). Questo, però, a patto che la politica italiana riveda l’attuale politica incentrata sull’industria fossile più potente e influente in Italia: quella appunta del gas. Quest’ultimo non può più essere  considerato un combustibile di transizione, vista la disponibilità di tecnologie che permettono di integrare e gestire il flusso variabile delle rinnovabili in tutta sicurezza (batterie, reti elettriche intelligenti e digitalizzazione, ).

Insomma, i capitali ci sarebbero e la tecnologia a zero emissioni è matura e competitiva. Ora la politica deve definire le scelti “verdi” che vuole adottare. Occorre specificare su quali tecnologie e in quali infrastrutture si vuole puntare, perché queste determineranno il percorso industriale ed emissivo dei prossimi 30 anni. Il rischio di greenwashing è molto alto. Ci sono scelte da prendere: ad esempio, l’Italia investirà i miliardi a disposizione nell’idrogeno blu, cioè la produzione di idrogeno da gas con sequestro della CO2 nel sottosuolo favorita dall’industria fossile, o nell’idrogeno verde, cioè la produzione di idrogeno a zero emissioni da rinnovabili favorita dall’industria pulita?

Un altro tassello importante per la reale applicazione della ripresa verde è la condivisione degli obiettivi climatici con tutta la pubblica amministrazione ed il suo coinvolgimento, così come quello delle regioni e degli enti locali, nel processo di  decarbonizzazione, per la coerenza delle priorità. In parallelo poi dovrà essere urgentemente potenziata la capacità tecnica e di risorse umane qualificate di questi attori se si vuole riuscire a spendere gli ingenti capitali in modo coerente e nei tempi richiesti.

La ripresa verde post-COVID può diventare dunque la più grande opportunità di ricostruzione e rilancio del tessuto industriale italiano. Viceversa,  perdere questa occasione significherà la perdita di migliaia di posti di lavoro con conseguenze sociali e politiche devastanti, inclusa la futura permanenza nell’Unione Europea. Una delle industrie più esposte è quella automotive con oltre 300 mila unità nel 2018. L’Italia parte da una situazione di svantaggio per i mancati investimenti in batterie e sistemi di produzione elettrici negli ultimi 10 anni. Oggi importiamo quasi la totalità delle batterie e molti componenti. Il piano di ripresa è l’ultima possibilità di costruire una base e catena manifatturiera per la mobilità elettrica. Come Francia, Regno Unito, Spagna e altri paesi europei, anche l’Italia dovrebbe pensare a uno stop alla vendita delle auto a combustione entro una certa data (per esempio il 2030). Ciò non deve essere visto come una politica ambientalista ma un principio economico per guidare gli investimenti, le scelte industriali e le scelte sindacali dei prossimi 10 anni e per salvaguardare la salute pubblica.

Perdere il treno della rivoluzione verde, cioè, significa fallire a livello politico, economico e occupazionale. Non è difficile immaginare come tale fallimento possa diventare terreno fertile per una seconda violenta ondata di sovranismo e anti-europeismo negli anni 20 di questo secolo, che addossi all’apertura dei mercati e alla competizione estera la responsabilità della futura nuova crisi industriale. La politica è allora chiamata a costruire con decisione le basi industriali e occupazionali della mobilità elettrica, accompagnando il declino dell’occupazione fossile attraverso programmi di giusta transizione.

La ripresa verde è, infine, anche una grande opportunità di ripensare la nostra politica estera. Se il gas non è più una soluzione sostenibile e se ne avremo sempre meno bisogno (la Commissione Europea stima per i prossimi 10 anni un calo di oltre un quarto della domanda di gas in Europa, rendendo nuove infrastrutture a gas  superflue) occorre ripensare il modello di sviluppo che promuoviamo nel vicinano e oltre. Occorre immaginare e disegnare un Green Deal anche per Libano, Egitto, Algeria, ma anche Libia e Mozambico, che crei occupazione di qualità e di lungo periodo, diffusa sul territorio, che contrasti la disoccupazione giovanile creando filiere industriali sostenibili in loco. Possiamo partire tenendo fede a quando concordato nel programma di Governo del Conte bis un anno fa: “Bisogna introdurre una normativa che non consenta, per il futuro, il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. In proposito, il Governo si impegna a promuovere accordi internazionali che vincolino anche i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a evitare quanto più possibile concessioni per trivellazione.”


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