Dallo spettacolo dal vivo ai musei, dal patrimonio culturale alle arti visive, la cultura è tra i settori più colpiti dalla pandemia e dalle conseguenti misure di lockdown. Lo hanno ricordato, di recente, le centinaia di bauli degli artisti schierati in Piazza Duomo a Milano.

E lo hanno detto pure l’UNESCO e l’OCSE, nei loro report di monitoraggio della situazione, che pure scontano la difficoltà di misurare settori che rappresentano una fonte di impiego diretta per almeno 8 milioni di europei(la metà dei quali giovani o giovanissimi), che diventano molti di più se si considerano anche i posti di lavoro creati indirettamente, a cominciare dalla filiera del turismo culturale. Il contributo al PIL Ue è sopra il 4%, secondo dati del Gruppo Banca europea degli investimenti – più di quello dell’industria automobilistica – ma è un dato al ribasso perché non ricomprende il contributo di realtà a vocazione marcatamente sociale, il cui ruolo nel tenere insieme una comunità in maniera sostenibile non può evidentemente essere sottovalutato.

Lo aveva riconosciuto pure la Commissione europea già a maggio, in occasione della presentazione del budget pluriennale per il 2021-2027 insieme al pacchetto per la ripresa Next Generation EU: nello staff working document di accompagnamento, la cultura era riconosciuta espressamente tra i 14 ecosistemi attorno ai quali organizzare la ripresa dell’Europa.

Gli Stati membri, con l’accordo di luglio dopo il Vertice-fiume, hanno però sbilanciato il Recovery Fund a sostegno dei bilanci nazionali a scapito dei beni pubblici europei e dei programmi comuni che creano spesa e azione europea. 

Con 672,5 miliardi su 750, infatti, oggi è la Recovery and Resilience Facility (RRF) convogliata da Bruxelles alle capitali a rappresentare il nucleo del Recovery Fund. Le ambizioni di aumentare significativamente la spesa pubblica europea sui programmi dell’Unione previsti dal quadro finanziario pluriennale, l’MFF, rimangono sulla carta: in ambito culturale, in particolare, il finanziamento del programma Europa Creativa – che sostiene i settori culturali e creativi, l’audiovisivo e pure i news media – viene aumentata da 1,52 a 1,65 miliardi, un obiettivo ben lontano dal target di 2,8 chiesto dal Parlamento europeo. A questo va riconosciuto il merito di aver tenuto i riflettori puntati sulla cultura come beneficiario e interlocutore della ripresa, con una recente risoluzione che propone un nuovo manifesto per le politiche culturali Ue. Almeno il 2% del RRF dovrebbe essere rivolto a sostenere la cultura, hanno detto in coro gli europarlamentari.

È all’RRF, insomma, che deve guardare anche l’articolato mondo della cultura per la progettualità della ripresa. L’esercizio per i governi nazionali sarà quello di agganciare i progetti culturali alle linee guida europee per l’elaborazione dei piani nazionali di ripresa e resilienza (PNRR) e interpretarle alla luce della esigenze del proprio ecosistema culturale.

L’Italia ha tutto l’interesse a seguire questo approccio, soprattutto collegandolo ai due pilastri-chiave di Next Generation EU, la transizione verde e quella digitale (a cui sono dedicati rispettivamente il 37% e il 20% dei fondi del piano).

Di fronte a un patrimonio culturale e paesaggistico a rischio idrogeologico e esposto all’impatto dei cambiamenti climatici, ad esempio i fondi del Recovery Fund rappresentano un’opportunità per rimettere al centro una ripresa dei territori, anche al di fuori del tessuto urbano, sostenere un paradigma di turismo responsabile e sostenibile e formare nuove professionalità e nuove competenze per il recupero del patrimonio immobile e la valorizzazione di quello intangibile.

Mesi fra le mura di casa hanno anche mostrato il volto di una cultura sempre più digitalizzata e fruibile online, abbattendo barriere che spesso si trovano all’accesso dei luoghi tradizionalmente fisici ad essa dedicati, ma che rimangono francamente insostituibili. Occorre far tesoro ed esplorare le nuove vie digitali convalidate dai lockdown e fatte, ad esempio, di tour virtuali nei musei e nei siti del patrimonio e di live performance online, ma che aprono anche alla realizzazione di cataloghi web dei prodotti della cultura (un esperimento interessante è rappresentato da Lumiere VOD, la directory online sviluppata dall’Osservatorio europeo dell’audiovisivo), così come a interazioni con l’intelligenza artificiale e contaminazioni fra pratiche artistiche e scienza e tecnologia, anche nei curricula formativi. Agevolare l’accesso al micro-credito per le realtà culturali e creative che decidano di esplorare i sentieri dell’innovazione, poi, potrebbe catalizzare promettenti opportunità.

L’Italia non sembra ad oggi aver indicato una fetta del PNRR dedicata alla cultura. Non è detto che questo sia un cattivo segnale, se davvero la progettualità del governo tra il 2021 e il 2023 integrerà la cultura trasversalmente in tutti i suoi ambiti di azione per la ripresa del Paese, applicando concretamente la lezione secondo cui la cultura è essenziale per uno sviluppo sostenibile, e magari andando pure ben oltre il 2% auspicato dal Parlamento europeo. Quest’ultimo dato sembra esser stato ispirato dalla bozza di PNRR annunciata dalla Francia già a inizio settembre, dove per la cultura era previsto uno stanziamento di 2 miliardi su 100; la Spagna ha già previsto – per cultura e sport insieme – l’1,1% della propria bozza di PNRR. L’Italia potrebbe fare molto di più, non focalizzandosi attorno al perimetro di una percentuale.

La crisi del COVID-19 ha anche acceso i riflettori su un’amara verità per i tutti i settori culturali: la connaturata natura precaria del lavoro. La risoluzione del Parlamento europeo, ad esempio, invoca un intervento della Commissione europea per adottare uno schema sulle condizioni lavorative in ambito culturale, fatte spesso di contratti anomali e prestazioni intermittenti. Il parere della VII commissione del Senato sul PNRR indica in questo senso una via maestra da seguire, con la messa a sistema di uno statuto degli artisti anche nel nostro Paese, sull’esempio di quanto fatto – con un voto all’unanimità – dalla Spagna nel 2018 e quanto previsto anche nell’accordo della composita coalizione che si è appena insediata al governo del Belgio. Ma se Roma e Parigi, insieme a Berlino e Madrid, guidano lo sforzo comune, gli Stati europei non sono sensibili tutti allo stesso modo. La risposta nazionale alla crisi in ambito culturale può essere davvero efficace se partecipa a un obiettivo condiviso europeo, come delineato nella posizione del Parlamento, e solo nella misura in cui non perde di vista il sostegno necessario alla cooperazione culturale e alla mobilità europea, ad esempio attraverso Europa Creativa o altri programmi su scala continentale come Horizon ed Erasmus+. Senza la sua dimensione transfrontaliera, la cultura rischia di diventare un affare locale e nazionale, quando non localistico e nazionalistico. A Viktor Orbán & co. non dispiacerebbe; per l’anima dell’Europa è una sottile ma letale minaccia.


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