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	<title>Russia e Asia centrale Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Russia e Asia centrale Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Le quattro tesi putiniane sulla guerra in Ucraina: miti e realtà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Esposti Ongaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 16:27:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più di due anni fa, un articolo del Corriere della sera pubblicava una lista dei “putiniani d’Italia”, dando&#8230;</p>
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<p>Più di due anni fa, un articolo del Corriere della sera pubblicava una lista dei “putiniani d’Italia<em>”</em>, dando l’impressione di volere creare liste di proscrizione. L’articolo rispecchiava una parallela denuncia della stampa tedesca contro i <em>Putinversteher</em>, “coloro che comprendono le ragioni di Putin”. Entrambi gli articoli commettevano l’errore di soffermarsi sulle persone, anziché sulle tesi. Perché di tesi “putiniane”, soprattutto sulle cause della guerra, ne esistono eccome e vanno riconosciute come tali. Ma cosa significa esattamente “putiniano” o “putinista”? Sono due termini che devono essere distinti e definiti sulla falsariga dei termini “marxista” e ”marxiano”. “Putinista” è una persona che sostiene ideologicamente Putin e giustifica l’invasione dell’Ucraina come una scelta obbligata. Non mancano i commentatori che sostengono tale opinione, ma si tratta di una minoranza. Il termine “putiniano”, al contrario, non dovrebbe riferirsi alle persone, ma ai modelli di argomentazione, esattamente come si fa con il termine “marxiano” (es. una categoria <em>marxiana</em>, la teoria <em>marxiana</em> del valore ecc.). Seguendo questa distinzione, possiamo affermare che, in Italia e altrove, il punto di vista “putiniano” sulla guerra sia ampiamente diffuso; chi lo adotta tende spesso a denunciare una presunta stampa “di regime” che li censurerebbe. Vi sono quattro principali tesi “putiniane” che riprendono fedelmente, anche inconsapevolmente, la narrativa del Cremlino. Ne esistono molte altre, ma queste sono le principali.</p>



<p>La prima tesi afferma che l’Ucraina sarebbe sempre stata una regione russa, e la sua creazione nel 1922 una concessione da parte di Lenin. È una tesi senza alcun fondamento storico, smentita da tutti i maggiori accademici internazionali.</p>



<p>La seconda tesi afferma che il cambio di regime del febbraio 2014 sarebbe stato un colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti, che avrebbero rovesciato un governo legittimamente eletto. Questa affermazione ignora il fatto che le proteste del 2013 nascevano da un diffuso desiderio di porre fine alla corruzione e di avvicinarsi all’Europa. Il criticabile intervento diplomatico americano e quello dei gruppi paramilitari fascisti si sono innestati solo in un secondo momento, dopo la repressione violenta dei manifestanti da parte della Berkut. Non solo: la deposizione di Yanukovich da parte del Parlamento, nonostante il parziale vizio di forma (votò per la deposizione del presidente il 73% dei parlamentari invece del 75% richiesto dalla Costituzione vigente, ma comunque il 100% di quelli presenti) non può essere chiamata “colpo di Stato”, soprattutto perché la forma e le istituzioni dello Stato non ne furono affette e nuove elezioni furono indette da lì a poco. Elezioni che furono dichiarate regolari dall’OSCE, organismo di cui fa parte anche la Russia. Si aggiunga che nella votazione per la destituzione del presidente, votarono a favore tutti i membri del Partito delle Regioni, a riprova che tutti erano concordi nel denunciare l’indegnità di Yanukovich.&nbsp;Si trattò dunque di un&nbsp;<em>cambio di regime&nbsp;</em>turbolento e ambiguo, ma non di un&nbsp;<em>colpo di Stato</em>.</p>



<p>La terza tesi, la più rilevante, afferma che la guerra civile del 2014 sarebbe stata iniziata dall’esercito e dai paramilitari ucraini, che avrebbero unilateralmente bombardato e massacrato per otto anni i civili del Donbass. In realtà, la prima mossa fu compiuta dai dai paramilitari filo-russi o addirittura russi: l’assedio e la conquista di Sloviansk da parte dei miliziani russi di Igor Strelkov avvenne prima dell’orribile massacro di Odessa del 2 maggio; l’assedio dell’aeroporto di Donetsk precedette la controffensiva ucraina del giugno 2014; l’uccisione dei 37 soldati ucraini a Zelenopillia l’11 luglio, provocata da missili sparati di là dal confine russo, precedette certamente la battaglia di Horlivka, nella quale fu l’aviazione ucraina a bombardare e a causare numerose vittime civili. Ad agosto 2014 i soldati russi, la Wagner, e i ceceni entrano ufficialmente nel conflitto, come testimoniato, per esempio dal tremendo massacro dei 400 regolari ucraini a Ilovaisk il 18 agosto 2014, che provocò uno shock immenso nell’opinione pubblica ucraina. Anche le forze ucraine, tra cui i discussi battaglioni Azov e Aidar, come documentato da Amnesty, commisero crimini contro la popolazione civile, ma la guerra del Dobass non fu mai una unilaterale aggressione ucraina contro civili infermi: si trattò piuttosto di una guerra sporca, fomentata e alimentata dalla Russia, o almeno dai suoi miliziani. Basti ricordare che Putin, dopo aver annesso la Crimea menzionò per la prima volta il concetto di&nbsp;<em>Novorussija&nbsp;</em>l’8 maggio 2014, o che i&nbsp;<em>Glazyev tapes</em>provavano il coinvolgimento russo nell’organizzazione della secessione già dai primissimi mesi del 2014.</p>



<p>La quarta tesi, propagata dal noto politologo americano John Mearsheimer (e copiata in Italia da tutta la pletora di sedicenti analisti <em>anti-mainstream</em>) asserisce che l’espansione verso est della NATO avrebbe costituito una minaccia esistenziale per la Russia. Si tratta di una tesi che si basa su tre tipologie di manipolazione linguistica, (la Nato <em>ha inglobato </em>i paesi dell’Est Europa, la Russia è stata <em>accerchiata </em>dalla Nato, l’occidentalizzazione<em> </em>dell’Ucraina costituisce una <em>minaccia esistenziale </em>per la Russia)<em> </em>e che, cosa più importante, è stata confutata da dati controfattuali: l’adesione della Finlandia e della Svezia alla Nato non ha provocato alcuna reazione militare da parte della Russia. La cosiddetta minaccia esistenziale non è altro che un pretesto per annettere un paese cui Putin nega identità e ragion d’essere.</p>



<p>Riconoscere le tesi putiniane per quello che sono è essenziale per un dibattito onesto. Il problema non è demonizzare chi le sostiene, ma smontarle con rigore e fatti. Troppe volte, nel discorso pubblico italiano e internazionale, si lascia spazio a narrazioni che ricalcano fedelmente la propaganda russa senza contestualizzazione critica. Distinguere tra &#8220;putiniani&#8221; e &#8220;putinisti&#8221; aiuta a spostare l&#8217;attenzione dalle persone alle idee, stimolando un confronto basato sulla realtà storica e non sulle etichette.</p>
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		<title>L&#8217;aggressione russa e il concetto di linea rossa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Esposti Ongaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2022 09:04:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo diffuse interpretazioni, l’aggressione della Russia contro l&#8217;Ucraina e la conseguente resistenza di Kiev sarebbero soltanto una proxy&#8230;</p>
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<p>Secondo diffuse interpretazioni, l’aggressione della Russia contro l&#8217;Ucraina e la conseguente resistenza di Kiev sarebbero soltanto una <em>proxy war </em>tra Russia e USA: l’aggressione sarebbe una <em>conseguenza </em>della politica statunitense, la resistenza ucraina un epifenomeno della guerra per procura, e gli stessi ucraini pedine nel grande gioco tra l’anglo-sfera e il mondo russo.</p>



<p>Gli elementi portati a sostegno di tale interpretazione sono essenzialmente tre: l’allargamento della Nato, il&nbsp; sostegno americano all’esercito ucraino e l&#8217;obiettivo statunitense di indebolire la Russia, in vista di un’ulteriore proiezione strategica anti-cinese.</p>



<p>Tali fattori sono certamente parte del conflitto, ma è corretto annoverarli come <em>causa</em> diretta dell’aggressione?</p>



<p>Gli USA vengono spesso considerati responsabili a causa dell’intento, dichiarato nel 2008, di allargare la NATO all’Ucraina e alla Georgia; ed anche a causa del ruolo da essi giocato nel cambio di regime del 2014. Questa interpretazione presuppone non soltanto il potere causale di tali avvenimenti, ma anche la responsabilità politica degli USA, e persino la loro intenzionalità.</p>



<p>Che cosa è scorretto in tali interpretazioni?&nbsp;</p>



<p>La variante dell’intenzionalità è la più facile da smontare. Non vi sono prove che gli americani volessero &nbsp;&nbsp;il conflitto e l&#8217;attuale scarsa propensione americana a negoziare non costituisce un elemento probatorio sufficiente. La tesi secondo cui gli USA vorrebbero sostituirsi alla Russia come esportatori di gas all’Europa è altrettanto traballante, per varie ragioni: i paesi europei tenderanno ad una maggiore diversificazione degli approvvigionamenti; l’economia USA non dipende in modo rilevante dall’esportazione di gas liquido; infine, le forniture di gas russo all’Europa, verosimilmente, non si interromperanno. Rimane un’ultima tesi di natura complottistica: gli USA avrebbero attivato la guerra per mettere in crisi l’economia delle “medie potenze esportatrici”, Germania e Italia, fortemente dipendenti dal gas russo. E’ possibile che singoli settori dell’establishment americano abbiano tali obiettivi, ma è infondato farne il motore della politica estera statunitense.</p>



<p>La teoria di una responsabilità diretta di tipo “doloso” è più sensata, ma non per questo meno scorretta. La tesi secondo cui USA e NATO sarebbero responsabili del conflitto a causa della violazione di una presunta “linea rossa” non ha alcun fondamento giuridico, geostrategico, storico ed epistemologico.</p>



<p>1. Non vi era alcun trattato che impedisse tale allargamento (sicuramente biasimabile da un punto di vista europeo-occidentale), ma soltanto &nbsp;promesse enunciate all’inizio degli anni ’90. Mentre è la Russia ad avere violato diversi trattati internazionali – quello di Helsinki del 1975, e soprattutto quello di Budapest del 1994.</p>



<p>2. &nbsp;La Russia non è stata accerchiata da paesi NATO, ma semplicemente avvicinata nei suoi confini occidentali. Molte sciocchezze sono state scritte circa il possibile dispiegamento di testate nucleari in Ucraina, ma la verità è che i russi non paventavano armi nucleari bensì l’installazione di sistemi di difesa eventualmente riconvertibili in sistemi di attacco. Un timore legittimo, ma la Russia già oggi schiera armi ed eserciti a ridosso dei paesi occidentali, testate nucleari nell’enclave di Kaliningrad e milizie armate&nbsp; in Libia. La presenza di Stati cuscinetto non è un dogma né un diritto, ma solo una comprensibile esigenza.</p>



<p>3. Il paragone con la crisi di Cuba è fuorviante. Nel 1962 gli americani, pur avendo scoperto testate nucleari, non rasero al suolo Cuba come sta facendo la Russia con l’Ucraina.&nbsp; Agirono certamente con un atto di forza privo di legittimità giuridica, tuttavia non cercarono di distruggere lo Stato cubano in quanto tale, annettendosi parte del suo territorio o modificando il tessuto delle popolazioni.</p>



<p>4. La reazione della Russia non è un’inevitabile conseguenza rispetto all’azione di allargamento della NATO: è un’azione deliberata, criminale e meritevole di sanzione. L’esistenza di una&nbsp; “linea rossa”, superata la quale uno Stato interviene militarmente, &nbsp;non è una&nbsp; legge scientifica ma una&nbsp; regola non scritta, e la confusione tra legge e regola denota scarsa dimestichezza con la metodologia delle scienze sociali.</p>



<p>L’infondatezza epistemologica della&nbsp; teoria secondo cui causa della guerra sarebbe l’allargamento della NATO, infine, è facilmente dimostrabile mediante dati controfattuali: la richiesta di adesione alla NATO da parte di Finlandia e Svezia probabilmente non provocherà alcun intervento militare da parte della Russia. E questo non perché Mosca sia impantanata in Ucraina, ma semplicemente perché la prospettiva dell’avvicinamento della NATO è solo il pretesto per una guerra di annessione nei confronti di un Paese cui Putin nega identità e ragion d’essere.</p>



<p>Ma non è tutto. Per quanto le dichiarazioni del 2008 costituissero una minaccia per la Russia, la rivolta del 2014 ha avuto origine da un moto spontaneo di una parte del popolo ucraino, il cui intento era&nbsp; l’avvicinamento all’Unione Europea. E’ soltanto dopo l’annessione della Crimea che l’adesione alla NATO è stata messa in agenda e le armi hanno cominciato ad affluire in Ucraina.</p>



<p>La politica statunitense è certamente uno degli elementi strutturali di questo conflitto, tuttavia non può essere considerata una causa diretta. La causa diretta del conflitto è soltanto la   politica imperialista della Russia, in relazione alla quale fatti certamente gravi come la guerra civile nel Donbass e la criticabile espansione della NATO non sono altro che pretesti.</p>
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		<title>Rollback</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Gasparini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jun 2022 10:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Occidente non solo PUÒ vincere in Ucraina: DEVE vincere se vuole garantirsi un futuro di serenità relativa anziché&#8230;</p>
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<p>L’Occidente non solo PUÒ vincere in Ucraina: DEVE vincere se vuole garantirsi un futuro di serenità relativa anziché decenni di nuova guerra fredda.</p>



<p>Come tutti i dittatori finiscono per fare, l’illusione di grandezza di Putin lo sta spingendo ad impiccarsi da solo. Il compito delle forze democratiche è lasciargli abbastanza corda, ovvero passare da una fase passiva di contenimento ad una attiva di rollback, agendo su 4 leve.</p>



<p>1. Ripristinare la deterrenza a livello tattico nucleare, rendendo esplicito che l’impiego da parte russa comporterà una reazione ‘tit-for-tat’ con la conseguente distruzione della base da cui è prevenuto l’attacco iniziale tramite testata di pari potenza. Ciò dovrebbe ampiamente dissuadere i comandanti sul campo a cui è delegato o comandato l’uso delle armi atomiche tattiche, poiché equivarrebbe a firmare il proprio suicidio insieme a quello dei loro familiari che di solito vivono in prossimità di tali basi.</p>



<p>2. Cacciare le forze russe dal territorio ucraino infliggendo il più pesante numero di perdite possibili, soprattutto di materiali, grazie alla fornitura ai combattenti ucraini di armamenti adatti a controffensive, come elicotteri d’attacco, artiglieria pesante e lanciarazzi, veicoli per fanteria armati e corazzati, ma soprattutto munizionamento di precisione, intelligence e strumenti da guerra elettronica che neghino ai russi il coordinamento C4I. Sarebbe necessaria anche una operazione tipo St. Nazaire (forze speciali) o Taranto (con droni al posto dei biplani inglesi del 1940) per disabilitare la flotta a Sebastopoli, ponendo così fine al controllo navale russo sul Mar Nero, per sempre. A quel punto una Crimea demilitarizzata potrebbe anche aspirare ad uno statuto speciale.</p>



<p>3. Porre in essere il razionamento energetico e non comprare più nulla dai russi, al fine di cessare immediatamente il trasferimento giornaliero di oltre un miliardo di dollari per il loro gas e petrolio, mettendo così in crisi l’apparato statale russo nel giro di poche settimane. Ciò peraltro favorirebbe anche i piani di transizione energetica dell’Ue, a patto che si consideri anche il nucleare come fonte.</p>



<p>4. Aprire il fronte contro la propaganda e disinformazione orchestrata da oltre un decennio dal Cremlino, negando visibilità ed espellendo personale diplomatico e para-giornalistico, e investigando seriamente su quei personaggi occidentali che rivestono o hanno rivestito cariche pubbliche, per le quali hanno dichiarato fedeltà al loro Stato, e che hanno accettato di farsi corrompere da una potenza straniera ostile.</p>



<p>È una strategia costosa nel breve periodo ma dai grandi benefici probabilmente già dal 2023, che oggi abbiamo l’opportunità di eseguire grazie al fatto che alla Casa Bianca non siede più Trump, quinta colonna di Putin, ma un politico di grande esperienza a cui non manca il senso della storia e la conoscenza dei meccanismi della deterrenza.</p>



<p>È un’opportunità unica che potrebbe svanire se si cercasse un accordo prematuro, ma anche in virtù del pericolo posto dalla vittoria negli Stati Uniti degli isolazionisti o peggio dei fascisti come Trump e la sua gang repubblicana.</p>
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		<title>Dal Fulda Gap al Suwalki Gap: Ovvero, il ruolo degli armamenti nucleari nel nuovo scenario internazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Gasparini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2022 12:34:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Armi nucleari]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I pianificatori militari della NATO avevano un incubo: il Fulda Gap, il lembo di terra della valle del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">I pianificatori militari della NATO avevano un incubo: il Fulda Gap, il lembo di terra della valle del Reno su cui si sarebbero scatenate le divisioni corazzate sovietiche e che l’Alleanza si preparava a contenere, eventualmente anche tramite l’impiego di armi nucleari tattiche.</p>



<p>Il Suwalki Gap è&nbsp; una striscia di terra lunga e stretta che coincide con il confine fra Polonia e Lituania:&nbsp; è questo, oggi, il principale candidato per un impiego di armamento nucleare tattico, se la situazione in Ucraina dovesse mettersi male. Quest’area è allo stesso tempo la congiungente fra due membri della NATO (ed EU) e il passaggio fra la Bielorussia&nbsp; e il territorio russo di Kaliningrad, che ci piace ricordare con il nome di Koenigsberg, la città di Kant, oggi gigantesca base militare&nbsp; ove stazionano anche missili balistici (e non) che possono essere, anzi molto probabilmente sono armati con testate nucleari.</p>



<p>Per i russi, questa potrebbe essere l’area ideale per testare la risolutezza dell’Alleanza Atlantica, magari dopo aver ‘lavorato sui fianchi’ con la consueta propaganda di stampo sovietico che ancora sembra aver presa nei media occidentali, spargendo disinformazioni tese a far apparire l’aggredito (l’occidente, l’Ucraina,..) come l’aggressore.</p>



<p>&nbsp;Putin &nbsp;ci ha esplicitamente minacciato con l’impego dell’arma atomica e successivamente ha firmato un ambiguo ordine di allerta delle forze nucleari, da un lato sintomo di debolezza delle sue forze convenzionali, capaci solo di sterminare la popolazione con impiego massiccio di fuoco indiretto secondo uno schema terrorista tragicamente ben noto da Grozny ad Aleppo, dall’altro irresponsabile atto d’intimidazione ed ‘escalation’ che ha costretto gli occidentali a ripensare radicalmente al ruolo delle forze nucleari.</p>



<p>I Primi Ministri europei devono imparare di nuovo la logica paradossale del conflitto nucleare, conferendo credibilità alla minaccia, anche perché potrebbero essere chiamati a prendere decisioni storiche nel giro di pochi minuti, e allora non ci sarà il tempo di leggere le decine di pagine di studi sulla materia.</p>



<p>Colpevolmente in Europa ci si è trastullati per lustri a seguire irresponsabilmente le sirene dell’irenismo, suggerendo la rinuncia unilaterale all’armamento nucleare, e si è data chiara impressione all’avversario che non vi fosse da parte occidentale una vera disponibilità ad un impiego dello stesso, minandone cosi alla radice la credibilità, e quindi l’efficacia, anche tardando l’ammodernamento delle piattaforme di lancio delle bombe aviolanciate ‘a doppia chiave’ NATO/nazionale tuttora presenti in Germania ed Italia.</p>



<p>Intanto la Russia ammodernava testate e mezzi di consegna soprattutto a livello tattico, e si trova ad avere un vantaggio di uno a tre in termini di testate no-strategiche, oltre a rivedere in termini particolarmente aggressivi le dottrine d’impiego delle stesse, che secondo diversi analisti ed osservatori è di fatto informata al principio ‘escalate to de-escalate’, ovvero prevede l’impiego in ‘first use’ anche contro forze convenzionali al fine di costringere il nemico a contenersi, trattando quindi da una relativa posizione di forza e riducendo di molto la soglia d’impiego.</p>



<p>Di fatto le forze armate russe hanno un grande incentivo a minacciare e usare armi nucleari per sopperire alle loro deficienze in ambito convenzionale; qualora lo facessero ci porrebbero davanti ad un gravissimo dilemma fra impiego e credibilità, e i numeri suggeriscono una chiara ‘escalation dominance’ russa, lasciando pertanto sempre ad essi l’iniziativa.</p>



<p>Se da un lato le armi nucleari dell’Alleanza Atlantica hanno sinora confermato il loro potere deterrente nei confronti di attacchi sul territorio della stessa (se non ci fossero state, ora saremmo a discutere di occupazione militare russa dei Baltici e della Polonia…), l’attuale dottrina NATO e americana ha mostrato tutti i suoi limiti, poiché il timore di un impiego di armi nucleari russo sta ottenendo gli effetti desiderati, non permettendo un impegno diretto convenzionale che sposterebbe decisamente la bilancia a favore dei resistenti ucraini.</p>



<p>L’aggiornamento della dottrina dovrebbe prevedere qualche forma di esplicita di ‘forward defence’, allargata al di fuori dell’immediato territorio dell’Alleanza, in casi di imminenza d’aggressione (come nel caso ucraino); per poter agire da deterrente ciò va reso chiaro al potenziale avversario anticipatamente.</p>



<p>E non solo la NATO dovrebbe pensarci: sulle prossime elezioni presidenziali americane aleggia lo spettro di Trump, l’uomo di Putin a Washington DC, e di un partito repubblicano ridotto a un comitato d’affari fondamentalmente anti-liberale, anti-democratico, anti-americano, isolazionista ed strutturalmente anti-europeo.</p>



<p>Non è improbabile che Putin abbia atteso e rinviato interventi pianificati già dal 2014 nella speranza che nel suo secondo mandato Trump distruggesse la NATO dall’interno, per poi ottenere ciò che voleva con un limitatissimo uso della coercizione.</p>



<p>La situazione attuale in cui si trova l’Ucraina è frutto dell’operato di due leader strutturalmente autoritari, e uno di questi è Trump.</p>



<p><strong>Gli europei pertanto hanno circa tre anni per sviluppare un deterrente strategico allargato a partire da quello francese</strong>, grazie anche al capovolgimento della politica estera e di difesa tedesca avvenuto come conseguenza dell’aggressione russa e della totale perdita di credibilità di Putin e del suo apparato di lacchè.</p>



<p>A questo<strong> deve aggiungersi</strong> <strong>una credibile integrazione delle forze convenzionali di difesa dell’UE</strong>, poiché l’unica loro vera debolezza è la divisione generata dal carattere nazionale dei suoi apparati e la dipendenza tecnologica dagli USA; spendere di più non basterà.</p>



<p>Senza il Regno Unito, ci sono meno capacità disponibili (anche se rimangono le cooperazioni in ambito NATO), ma cade anche l’alibi dell’opposizione inglese alla Difesa Europea. Il 24 febbraio 2022 è iniziata una maratona che ridefinirà il quadro di sicurezza generale. La scelta è chiara: unirsi o soccombere, scomparendo uno ad uno come 30 piccoli indiani. Pensare l’impensabile alla fine ci salverà.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2903/">Dal Fulda Gap al Suwalki Gap: Ovvero, il ruolo degli armamenti nucleari nel nuovo scenario internazionale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Responsabilità penali individuali per l’aggressione in corso in Ucraina: 4 proposte sul possibile ruolo dell’Italia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2878/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea de Guttry, Luca Poltronieri Rossetti, Emanuele Sommario]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2022 19:16:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina è un evento di enorme portata per le sue implicazioni sul quadro&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2878/">Responsabilità penali individuali per l’aggressione in corso in Ucraina: 4 proposte sul possibile ruolo dell’Italia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap is-style-default">L’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina è un evento di enorme portata per le sue implicazioni sul quadro politico e giuridico internazionale. La reazione della Comunità internazionale si è tradotta principalmente in sanzioni contro la Russia. Vi sono però anche profili di responsabilità penale individuale a carico di quanti sono coinvolti nel conflitto: si tratta di aspetti assai rilevanti anche perché possono avere un impatto significativo.</p>



<p>Né l’Ucraina, né la Federazione Russa e neppure la Bielorussia sono Stati Parte allo Statuto della Corte penale internazionale (CPI). Ciò nonostante, l’Ucraina si è avvalsa della facoltà di accettare la competenza della Corte tramite un’apposita dichiarazione. Tale dichiarazione, fatta dal Governo ucraino nel 2015, conferisce alla Corte competenza su quanto accade sul territorio ucraino “a partire dal 20 aprile 2014” e “per una durata illimitata”.</p>



<p>L’attacco da parte della Russia e della Bielorussia contro l’Ucraina è, dal punto di vista tecnico, un “atto di aggressione”, capace di dar luogo alla responsabilità penale individuale di chi lo ha deciso, pianificato, iniziato ed eseguito in base allo Statuto della CPI. Nel caso di specie, le regole della Corte le precludono la possibilità di procedere per il crimine di aggressione. La Corte potrà però esercitare pienamente la sua competenza per gli altri presunti crimini – da qualunque parte vengano commessi – in territorio ucraino, ossia atti di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in virtù di una iniziativa autonoma del Procuratore. A tal fine servirebbe una previa autorizzazione di una Camera preliminare della Corte, che non sarebbe tuttavia necessaria nel caso fosse uno Stato parte a riferire il caso alla CPI. Lo stesso Procuratore ha già affermato la propria volontà di aprire un’indagine.</p>



<p>Peraltro, il sistema della Corte si basa sul principio di complementarità: spetterebbe anzitutto agli Stati Parte adoperarsi per perseguire e reprime i crimini; la Corte interverrà solo se questi si rivelino incapaci o non intenzionati a procedere. Va infatti ricordato che tutti gli Stati hanno potenzialmente titolo per perseguire i presunti crimini internazionali commessi o in corso di commissione in Ucraina in base ai criteri di competenza previsti dalle rispettive legislazioni penali. Gli Stati il cui diritto penale consente di procedere sulla base della cosiddetta “giurisdizione universale” (ossia anche in assenza di qualunque collegamento territoriale o personale con lo Stato che procede), potrebbero non solo colmare il deficit di competenza della Corte penale internazionale sul crimine di aggressione, ma anche rappresentare una seria spina nel fianco per i presunti autori degli altri crimini internazionali. Questi potrebbero vedere infatti limitata la propria libertà di circolazione in quanto possibili destinatari di mandati di arresto o a comparire davanti a tribunali nazionali.</p>



<p>La combinazione di indagini e procedimenti penali al livello internazionale e nazionale consentirebbe – se opportunamente utilizzata – di chiamare i responsabili di presunti crimini internazionali commessi in Ucraina a rispondere davanti alla giustizia, con la possibilità di limitarne la libertà di movimento e, se effettivamente sottoposti a processo e condannati, di irrogare nei loro confronti condanne penali e di costringerli a riparare il pregiudizio causato alle vittime. Infine, va ricordato che per molte delle condotte che costituiscono crimini internazionali vige in base a norme di trattati internazionali l’obbligo o di sottoporre a processo penale o di estradare (c.d. <em>aut dedere aut judicare</em>) i presunti responsabili che si trovino nella disponibilità dello Stato.</p>



<p>È auspicabile che su iniziative di questo genere si possa formare un’ampia convergenza tra gli Stati della Comunità internazionale affinché la drammatica situazione in Ucraina possa rappresentare una importante occasione per rinnovare l’impegno di tutti per la difesa e promozione del diritto e della giustizia internazionali.</p>



<p>Di seguito quattro proposte concretamente percorribili dall’Italia per favorire l’accertamento di responsabilità penali in riferimento ai fatti in corso in Ucraina e in altri futuri scenari di conflitto</p>



<h2 id="le-proposte" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1646162636776 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span>Le Proposte</span>
	</span>
</h2>



<ol class="wp-block-list"><li><strong>L’Italia potrebbe adoperarsi, anche presso gli altri Paesi dell’UE e/o in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, affinché sia presentata collettivamente da più Stati una comunicazione o una denuncia formale congiunta al Procuratore della CPI &#8211; che ha già dichiarato la propria intenzione di procedere &#8211; invitandolo direttamente ad effettuare indagini su quesSsta situazione al fine di determinare se una o più persone particolari debbano essere accusate per crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe dare un importante segnale di coerenza dando piena attuazione nel proprio ordinamento penale al crimine di aggressione, come disciplinato dallo Statuto della Corte penale internazionale, al pari di altri Paesi europei.&nbsp;</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe prendere in considerazione di introdurre nel proprio ordinamento giuridico il principio di giurisdizione universale per i crimini internazionali, dal quale potrebbero scaturire in futuro processi penali capaci di dare giustizia alle vittime di crimini per i quali risulti impossibile o estremamente difficile esercitare la competenza a livello internazionale.</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe rendersi protagonista di iniziative diplomatiche nelle sedi internazionali affinché  gli Stati che condannano gli atti di violenza occorsi sul territorio ucraino dichiarino espressamente che daranno piena attuazione all’obbligo <em>aut dedere aut judicare</em> previsto da norme dei trattati internazionali, per assicurare che non vi sia impunità per crimini internazionali.</strong></li></ol>



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		<title>Le radici storiche della guerra tra Ucraina e Russia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Feb 2022 10:17:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le drammatiche scene di Kiev e delle altre città ucraine sotto il fuoco delle forze armate russe ci&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le drammatiche scene di Kiev e delle altre città ucraine sotto il fuoco delle forze armate russe ci restituiscono l’immagine di un conflitto brutale, che ha subito un’escalation senza precedenti nella recente storia contemporanea. Eppure, nonostante l’impressionante velocità attraverso la quale la crisi si è rapidamente trasformata in una guerra, proprio la storia insegna che nessuna linea di faglia nell’arena internazionale possa aprirsi senza avere cause profonde. Difatti, quella dei rapporti tra l’Ucraina e la Russia è una vicenda che ha radici lontane, tragiche per certi versi, che attraversa la storia del Novecento e si intreccia con i maggiori cambiamenti globali avvenuti nel secolo scorso.</p>



<p>L’Ucraina è un mosaico di etnie, lingue e religioni. Semplificando un po’, potremmo dire che la linea di demarcazione passa sul fiume Dnepr, che solca a metà il Paese: ad ovest un&#8217;Ucraina europea e occidentale, ad est una più tradizionale, legata alla Russia, per tradizioni, lingua ed economia. Per comprendere cosa abbia spinto Putin ad annettere la Crimea nel 2014 e oggi a invadere il territorio ucraino dobbiamo fare un passo indietro.</p>



<p><br>1917: la Grande Guerra è in corso, il mondo intero è in subbuglio e sulle macerie dell’Impero zarista, si abbatte la furia della rivoluzione bolscevica. Liquidata la famiglia reale ed il governo provvisorio, i rivoluzionari si impossessano del potere costituendo la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR), antesignana dell’Unione Sovietica. Iosif Stalin, uno dei protagonisti della rivoluzione, viene nominato Commissario del popolo per le Nazionalità nel nuovo governo: si dovrà occupare delle minoranze etniche e delle spinte indipendentiste che già si dimostrano un problema. Numerose entità dell&#8217;ex impero dichiararono infatti l’indipendenza. In Ucraina, il Consiglio Centrale &#8211; Central&#8217;na Rada &#8211; proclama la nascita di uno Stato ucraino sovrano Lenin e Stalin non hanno dubbi: bisogna intervenire. Ciò mette in moto una serie di avvenimenti che portano il governo ucraino a chiedere aiuto all’impero tedesco, che nel 1918 scaccia l’Armata Rossa ed instaura un governo fantoccio. La prima vera grande tensione imperiale dunque, si palesa in territorio ucraino.</p>



<p>Nello stesso anno la Russia è costretta ad uscire dal primo grande conflitto, dilaniata dalla guerra civile scoppiata tra rivoluzionari e controrivoluzionari. Quando poi a Versailles nel 1919 viene siglata la pace, le truppe tedesche sul fronte orientale tornano a casa. Per i Paesi dipendenti dall’assistenza degli Imperi Centrali, come l&#8217;Ucraina è il caos, l&#8217;anarchia. Nell’immediato dopoguerra infatti, è la lotta per il potere a governare la scena: a contendersi l’autorità sono le forze armate, le istituzioni, la Polonia, le forze dell’Intesa – Francia, Regno Unito e Russia, controrivoluzionari, socialisti rivoluzionari, anarchici e bolscevichi. Questi ultimi, nel 1922, spazzati via gli uomini dell’Armata Bianca, oppisitori della Rivolzione del 1917, chiudono la partita, e sulle ceneri della RSFSR fondano l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. L’URSS, il primo Stato socialista della storia, è ora una realtà. E l’Ucraina, ora formalmente Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (RSSU), ne è una delle repubbliche fondatrici.</p>



<p>Assunti pieni poteri, Stalin consolida il suo domino. Tra il 1929 e il 1930, decide di liquidare i kulaki &#8211; i grandi proprietari terrieri- attraverso una collettivizzazione spietata delle terre. È l’epoca del grande terrore staliniano, delle famose “purghe”. Circa 5 milioni di contadini vengono deportati. La fame falcia centinaia di migliaia di vittime. L’URSS intera è in ginocchio, ma a soffrire è soprattutto l’Ucraina, grande riserva di grano di tutto il regime sovietico. Alla carestia si aggiunge la volontà politica di Stalin di usare la fame come arma per risolvere una volta per tutta la questione della collettivizzazione e soprattutto per schiacciare quelle spinte indipendentiste mai sopite nell’URSS.</p>



<p>Ora Stalin ha un obiettivo: l’eliminazione di tutta l’élite locale ucraina sospettata di nazionalismo. Siamo a cavallo tra il 1932 e il 1933, quando la carestia e la repressione si abbattono con una ferocia inaudita. “Holodomor” &#8211; uccisione per fame &#8211; è il termine con cui viene generalmente ricordato questo tragico periodo, in cui tra 1,5 e 3 milioni di persone muoiono di fame. Ad oggi il coinvolgimento diretto delll’URSS e di Stalin in questa tragedia è oggetto di discussione tra gli storici, ma numerosi Paesi considerano quegli avvenimenti come un vero e proprio tentativo di genocidio. Il Parlamento Europeo, per esempio, senza menzionare alcuna responsabiltà sovietica, riconosce l’Holodomor come un “<a href="https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/1338c30b-1618-47b2-a2b7-6e19bdafe751/language-en">crimine contro l’umanità</a>” dal 2008.</p>



<p>Durante la seconda guerra mondiale, l’Ucraina, fra il 1941 ed il 1944 viene occupata dai tedeschi in marcia verso il cuore dell’URSS, che in alcuni ambienti militari e politici vengono accolti come dei liberatori in funzione anti-sovietica. Questa visione viene coagulata all’interno dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, partito nazionalista fondato nel 1929 da esuli anti-comunisti e anti-russi e guidato da Stepan Bandera, collaborazionista della Germania hitleriana e fondatore dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA). Bandera e l’UPA sono due protagonisti della storia ucraina che oggi rimangono avvolti in una coltre di nebbia: una parte dell’opinione pubblica li considera infatti direttamente responsabili di massacri e omicidi di massa – come quello dei polacchi in Volinia e&nbsp; Galizia orientale tra il 1943 e il 1945 e lo sterminio di 1,6 milioni di ebrei ucraini -, un’altra parte considera invece Bandera un fiero eroe nazionale. Ucciso nel 1959 probabilmente dal KGB, Bandera è stato insignito postumo dell’onorificenza di Eroe dell’Ucraina, suscitando numerose polemiche.</p>



<p>Finito il conflitto, l’URSS siede al tavolo dei vincitori e l’Ucraina, parte di essa, ottiene un ampliamento dei suoi confini verso occidente: le regioni storiche della Galizia, della Bucovina e della Rutenia sub-carpatica entrano ufficialmente a fare parte del territorio ucraino. È Stalin a negoziare questi nuovi confini, prima principale carnefice e ora difensore dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Un paradosso della storia, che si esprime anche nell’ambiguità del comportamento del leader sovietico: Stalin impone il silenzio sul massacro di Babij Jar del 1941, l’omicidio di massa di 33.771 ebrei ucraini ad opera di nazisti e collaborazionisti ucraini. Perché Stalin decide di tacere? Per almeno due motivi: il suo antisemitismo, maldestramente camuffato da un anti-occidentalismo di sorta, emerso dopo la guerra; e per la retorica sovietica secondo la quale tutto il popolo aveva sofferto durante il conflitto e per cui non bisognava accentuare il tormento di una nazionalità sull’altra, con il rischio di alimentare diffidenze e acredini. Stalin muore nel 1953, e a succedergli alla guida dell’URSS è Nikita Chruščëv, che raccoglie la pesante eredità del leader sovietico. L’anno successivo, nel 1954, per celebrare &#8220;i 300 anni di amicizia tra Ucraina e Russia&#8221; &#8211; fatti coincidere con la pace di Perejaslav &#8211; Chruščëv dona la Crimea all’Ucraina. È una regalia simbolica, perché tutto avviene nella cornice delle entità federate dell’URSS. Ma perché Chruščëv concede questo regalo? Perché la Crimea è un luogo dove la storia russa e quella ucraina si incontrano, e Chruščëv stesso vi nasce poco distante. Attorno a quella regione poi ruota un intero filone romantico e storico-letterario di grandi gesta di antichi guerrieri che si rifanno egli episodi della Guerra di Crimea combattuta tra il 1853 e il 1856.</p>



<p>La guerra fredda intanto continua a plasmare il mondo e l’Ucraina torna protagonista sulla scena internazionale nel 1986, quando il disastro di Černobyl’ getta nel panico l’Europa intera e soprattutto la leadership sovietica, che decide di tacere, ancora una volta, su quanto accaduto. Nonostante gli aiuti riceviti, Kiev accusa il colpo e non apprezza l’atteggiamento di Mosca: un anello nella catena di fiducia tra le due repubbliche sovietiche si spezza. Da lì a breve però, a sgretolarsi sarebbe stata proprio l’URSS, che comincia a sfaldarsi all’inizio del 1990. In un contesto in rapida evoluzione, le repubbliche federate reclamano la loro indipendenza, e il 24 agosto del 1991 anche l’Ucraina conclude definitivamente il suo percorso nell’Unione Sovietica. L’Ucraina è finalmente uno Stato sovrano. Ma tra tutti i membri dell’ormai ex-URSS è quello che presenta più grane a Mosca.</p>



<p>La sua indipendenza infatti apre due questioni prioritarie per Mosca: il mancato completamente della “russificazione” dell’Ucraina, giudicata dal Cremlino – con una pretestuosa lettura ideologica della storia dei due Paesi – come parte integrante del territorio e dell’identità russa. Kiev infatti, secondo la versione “putinina” rappresenta il luogo di nascita sia dell’Ucraina che della Russia. &nbsp;Per giustificare questa idea Putin risale alla Rus’ di Kiev, che era in realtà una confederazione di diversi principati e città che fra il IX e il XIII secolo riuniva una parte delle terre oggi appartenenti alla Russia europea, all’Ucraina e alla Bielorussia. Dall’Ottocento in poi, nella spasmodica ricerca di una radice storica che giustificasse la natura sempiterna degli imperi, intellettuali e storici russofili cercano di convincere l’opinione pubblica che la Rus’ di Kiev e i suoi territori siano parti inscindibili dell’identità russa; dall’altra parte, nazionalisti e intellettuali ucraini cercando di scardinare questa idea e di promuovere l’autonomia storica della nazione ucraina, provocando il risentimento della contoparte russa che non può accettare che la culla della loro civiltà riseda al di fuori dei confini nazionali. Alla fine della guerra fredda questa pesante eredità storica riemerge e presenta il conto. Nelle regioni orientali dell’Ucraina infatti, fin dai primi anni Novanta, Mosca ha cercato nemmeno troppo velatamente di assimilare la popolazioni ad est del Dnepr, attraverso il rafforzamento di legami culturali, economici, e distribuendo ininterrottamente una lunga e silente sequela di passaporti russi.</p>



<p>Il secondo tema è legato alla destinazione delle circa 1.900 testate nucleari sovietiche presenti sul suo territorio. L’Ucraina è infatti l’ex repubblica sovietica è il maggior “deposito” delle armi atomiche di Mosca. Gli ordigni vengono riconsegnati al Cremlino nel 1994, che accetta di smaltirli in cambio di garanzie politiche e territoriali all’Ucraina, con la firma del Memorandum di Budapest. Nel frattempo, il mondo post-guerra fredda assume connotati del tutto nuovi, ridisegnando assetti ed equilibri: tra il 1999 e il 2004 numerosi Paesi dell’Europa orientale aderiscono alla NATO, comprese le tre ex-repubbliche baltiche dell’URSS. L’Ucraina manifesta l’intenzione di aderire al Patto Atlantico nel 2002, in cambio di un processo di riforma profondo dei servizi di sicurezza e dell’apparato statale, profondamente minato dalla corruzione, tutt’ora in corso e verso il quale l’Alleanza ha sempre dimostrato cautela, vista la delicata posizione geografica di Kiev, nei rapporti tra est e ovest e considerata la “promessa” – orale, mai tradotta in nessun documento ufficiale – che la NATO non si sarebbe espansa verso est, dopo il 1989, oltre il territorio della Germania.</p>



<p>All’alba del nuovo millennio, l’impopolarità degli oligarchi, le condizioni di vita precarie, e alcune nuove tensioni con la Russia di Boris Él’cin – riguardo al destino da assegnare alla flotta russa di stanza nel Mar Nero &#8211; &nbsp;spingono l’opinione pubblica a guardare con interesse al modello occidentale europeo. È in quegli anni che l’Ucraina matura la sua convinzione di impostare un rapporto con l’Europa che vada al di là di semplici rapporti bilaterali. Su questa scorta, nel 2004, migliaia di persone, esacerbate da un contesto politico interno che non dimostra sufficienti segnali di apertura, scende in piazza, all’indomani delle elezioni presidenziali, con la cosiddetta &#8220;Rivoluzione Arancione.&#8221; A seguito delle proteste, la Corte Suprema annulla l’esito della tornata elettorale, favorevole a Viktor&nbsp; Janukovyč&nbsp; – Primo ministro russofilo, accusato di brogli &#8211; per ribaltare il risultato a favore di Viktor Juščenko – sotto la cui presidenza Stepan Bandera viene insignito postumo di una onorificenza, che verrà prima annullata dalla corte suprema nel 2011, e poi restituita nel 2014 dal presidente Petro Porošenko &#8211; che rimane al potere fino al 2010, attraversando numerose crisi governative come quella del 2008 in occasione della guerra tra le Georgia e la Russia. Juščenko si schiera a favore della Georgia, attirandosi le critiche del suo primo ministro, Julija Tymošenko, accusata a sua volta di essere troppo morbida nei confronti del Cremlino. Nel frattempo infuria un’altra guerra, quella del gas, tra Kiev e il colosso energetico russo Gazprom, ai ferri corti dal 2006: un braccio di ferro che dura fino al 2009 e che Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa, riesce a piegare in suo favore.</p>



<p>L’anno successivo Janukovyč si ripresenta alle elezioni, vincendole. Il nuovo Presidente ferma il processo di avvicinamento all’Unione Europea dell’Ucraina, sospendendo l’accordo di associazione con Bruxelles. Il clima di tensione viene esacerbato dalla violenza degli apparati di sicurezza e della corruzione, che contribuiscono a far esplodere nel 2013 una serie di violente proteste pro-europee che costringono lo stesso Janukovyč ad abbandonare il Paese nel 2014. Le manifestazioni infuocano Kiev e il Paese e il caos politico creatosi diventa il terreno di cultura di numerose organizzazioni dichiaratamente neo-naziste, che gettano un cono d’ombra su “Euromaidan”. Anche a causa delle defezioni dell’esercito regolare, alcune organizzazioni para-militari di estrema destra – come il reggimento operazioni speciali Azov &#8211; vengono “assoldate” per contrastare i sostenitori filo-russi, commettendo, secondo <a href="https://www.osce.org/files/f/documents/e/7/233896.pdf">l’OSCE</a>, crimini di guerra e numerose torture. Il contesto socio-politico si aggrava ulteriormente con la strage di Odessa del 2 maggio 2014, compiuta secondo gli osservatori dai neonazisti di Pravyj Sektor, ai danni di manifestanti anti-Euromaidan, in circostanze mai del tutto chiarite. In un clima in rapido deterioramento, con il pretesto di correre in soccorso delle comunità russofone minacciate dai manifestanti pro-europei e dalle frange estremiste, cominciano ad affluire – senza insegne sulle mimetiche – soldati russi in territorio ucraino. A seguito di un controverso referendum, senza il consenso del governo di Kiev, la Russia di Putin decide formalmente di integrare il territorio della Crimea in quello della Federazione Russa, di fatto annettendola.</p>



<p>È il 2014. Nell&#8217;Ucraina orientale proteste pubbliche pro-Russia sfociano in una guerra tra governo centrale e separatisti che si autoproclamano in due repubbliche popolari indipendenti, quella di Doneck e quella di Lugansk. A poco servono i Protocolli di Minsk I e II firmati nel 2014 e nel 2015 per la cessazione delle ostilità, nonostante la latenza e la bassa intensità del conflitto. In seguito alle tensioni internazionali scaturite dalla crisi, i Paesi occidentali preparano una serie di contro offensive diplomatiche contro Mosca, mentre la NATO, a partire dal 2016, a causa della crescente assertività russa, sposta il baricentro della sua azione militare fino alle Repubbliche baltiche, a protezione dei confini orientali del continente europeo, con l’esercitazione NATO Enhanced Forward Presence. La reazione di Mosca è asprissima. Nel 2019 poi, l’elezione del filo-europeista Volodymyr Zelens&#8217;kyj in Ucraina riaccende la crisi. Mosca non ha intenzione di assistere passivamente alla possibile adesione dell’Ucraina alla NATO, ma i suoi ultimatum vengono rispediti al mittente dai Paesi dell’Alleanza Atlantica.</p>



<p>Così, mentre dal 2021 l’intelligence occidentale comincia ad osservare un grosso sommovimento di truppe russe lungo i confini dell’Ucraina, giudicato come il più massiccio dal 1989, la crisi si inasprisce e precipita velocemente, giorno dopo giorno fino a quando, il 24 febbraio scorso, la storia ucraina e quella russa, si incontrano di nuovo sul campo di battaglia.</p>



<p>Per le strade di Kiev si gioca una partita molto più grande del destino del governo centrale e delle repubbliche separatiste. La sua posizione strategica, la sua storia, i suoi rapporti politici con l’UE, la NATO e la Russia, la pongono al centro di una linea di faglia, che proprio come il Dnepr, separa due visioni del mondo che pare non abbiano molto altro da dirsi, se non lottare per la propria sopravvivenza. Nel 1992, sulle macerie ancora fumanti di un mondo in disordine, Francis Fukuyama scriveva che la storia si avvitava verso la sua conclusione, con la vittoria delle democrazie liberali sulla pachidermica architettura comunista. Una profezia che non solo è stata criticata e smentita, ma che la tragica guerra russo-ucraina, impone di seppellire.</p>
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		<title>Russia: come siamo arrivati sull&#8217;orlo di una guerra?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2845/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 10:12:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Donbass]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La tensione fra Russia, Ucraina e Occidente ha raggiunto un picco senza precedenti nella storia recente. Ora più&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La tensione fra Russia, Ucraina e Occidente ha raggiunto un picco senza precedenti nella storia recente. Ora più che mai è necessario comprendere le dinamiche politiche che ci hanno portato a questo punto, sopratutto con uno sguardo sull&#8217;evoluzione interna alla Russia e le politiche europee negli ultimi cinque anni. Abbiamo raccolto alcune delle analisi che i nostri iscritti hanno pubblicato per MondoDem in merito. La speranza è che ripercorrendo i pochi alti e molti bassi delle relazioni eurorusse si possa capire cosa è andato storto e meglio capire come rispondere alla crisi attuale. </p>


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					<h2 class="cs-entry__title ">
					<span>La Russia in Medio oriente. Obiettivi raggiunti?</span>
			</h2>
	
							<div class="cs-entry__excerpt">
				Di Chiara Lovotti Ad ormai tre anni dall’intervento a sostegno del presidente siriano Bashar al-Assad, Mosca ha impiegato oltre 63.000 soldati e lanciato 39.000 missioni aeree, che hanno&hellip;			</div>
			
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					<h2 class="cs-entry__title ">
					<span>Lo stallo delle relazioni UE-Russia e il realismo necessario</span>
			</h2>
	
							<div class="cs-entry__excerpt">
				 Di Nona Mikhelidze* Oggi è estremamente importante non definire lo stato delle relazioni tra Russia e Occidente concentrandosi su ciò che sarebbe desiderabile per ciascuna parte. Serve&hellip;			</div>
			
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					<h2 class="cs-entry__title ">
					<span>Ucraina: miti e limiti delle sanzioni alla Russia</span>
			</h2>
	
							<div class="cs-entry__excerpt">
				Di Cono Giardullo* Qualche mese fa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nel presentare il programma di governo alle Camere, prima del voto di fiducia, ha affermato che v’era un rischio&hellip;			</div>
			
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					<span>Il Cremlino tra bufale, propaganda e fake news</span>
			</h2>
	
							<div class="cs-entry__excerpt">
				Di Mauro Voerzio* L’argomento “fakenews” è balzato agli onori della cronaca italiana solo pochi mesi fa in concomitanza con le ultime elezioni politiche. Un colpevole ritardo che sottolinea&hellip;			</div>
			
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					<span>La cultura nella Russia di Putin : tribunali e resistenza</span>
			</h2>
	
							<div class="cs-entry__excerpt">
				Di Luca Lovisolo* Cosa penseremmo se in una nostra città assistessimo alla carica di forze di sicurezza che entrano in un museo, ordinandone la chiusura e lo svuotamento; oppure se celebri&hellip;			</div>
			
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					<h2 class="cs-entry__title ">
					<span>Russia 2018-2024: il mito dell&#8217;invincibilità e un futuro incerto</span>
			</h2>
	
							<div class="cs-entry__excerpt">
				Di Anna Zafesova Come in tanti altri settori del dibattito politico, parlare di Russia oggi significa in buona parte sfatare dei miti mediatici. L&#8217;ultimo, in ordine di tempo, è quello&hellip;			</div>
			
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					<h2 class="cs-entry__title ">
					<span>La Russia nel dibattito italiano: alla ricerca di una lucidità perduta</span>
			</h2>
	
							<div class="cs-entry__excerpt">
				Di Carolina De Stefano* Il primo dossier monografico di Mondodem è dedicato a uno dei temi di politica estera più discussi negli ultimi mesi in Italia: la Russia. Un approfondimento del paese&hellip;			</div>
			
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					<span>La Presidenza italiana Osce, al tempo delle elezioni</span>
			</h2>
	
							<div class="cs-entry__excerpt">
				di Cono GIARDULLO L’11 gennaio scorso, il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, è intervenuto al Consiglio permanente (ie, l’assemblea generale)&hellip;			</div>
			
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					<span>Caro Salvini, con Putin Presidente non saremmo un Paese migliore</span>
			</h2>
	
							<div class="cs-entry__excerpt">
				Di Carolina De Stefano &#8220;Ritengo che Putin sia uno dei migliori uomini di governo al mondo ma lo dico perché lo credo e lo dicono i fatti, non perché me lo suggerisce qualcuno, il&hellip;			</div>
			
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							<div class="cs-entry__author-meta"><a href="https://www.mondodem.it/author/admin/">Redazione</a></div><div class="cs-entry__post-meta" ><div class="cs-meta-date">25 Luglio 2017</div></div>						</div>
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	<li><a href="https://www.mondodem.it/category/regioni/russia-e-asia-centrale/" rel="category tag">Russia e Asia centrale</a></li></ul></div></div>
					<h2 class="cs-entry__title ">
					<span>Ucraina: successi e fiaschi dell’amministrazione Poroshenko</span>
			</h2>
	
							<div class="cs-entry__excerpt">
				Di Cono Giardullo Sono trascorsi più di tre anni da quando, il 25 maggio 2014, Petro Poroshenko è stato eletto Presidente dell’Ucraina. A quel tempo la Crimea era già stata annessa&hellip;			</div>
			
				<div class="cs-entry__bottom">
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				<a href="https://www.mondodem.it/687/" class="cs-overlay-link"></a>
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		<title>Russia&#8217;s Stance in a Changing Neighborhood: What Role for the EU?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2284/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Dec 2020 09:45:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Over the last few months, multiple crises have erupted in the former Soviet space as well asrenewed tensions&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Over the last few months, multiple crises have erupted in the former Soviet space as well as<br>renewed tensions between the EU and Russia following Aleksey Navalny’s poisoning. In light of<br>these events, the EU needs to address three key questions:</p>



<ol class="wp-block-list"><li>What does Russia’s response to these crises reveal of<br>its policies in the Eastern neighborhood?</li><li>How might these crises affect EU<br>Russ ia relations in the near future?</li><li>Does this new situation call for an upgrade in the EU strategy of selective engagement?</li></ol>



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		<title>I Verdi tedeschi e lo specchio russo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2146/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 15:35:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[verdi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un famoso adagio fra i cremlinologi di ogni epoca: “La Russia è giunta a un punto in&#8230;</p>
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<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9a6d9c9d" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9a6d9c9d"><span id="i-verdi-faranno-quasi-certamente-parte-del-prossimo-governo-tedesco-le-loro-difficolta-nel-formulare-una-politica-su-russia-e-europa-dellest-riflettono-le-fratture-da-superare-prima-delle-el"><em>I Verdi faranno quasi certamente parte del prossimo governo tedesco. Le loro difficoltà nel formulare una politica su Russia e Europa dell’Est riflettono le fratture da superare prima delle elezioni del 2021.</em></span></h5>



<p class="has-drop-cap">Esiste un famoso adagio fra i cremlinologi di ogni epoca: “La Russia è giunta a un punto in cui le cose possono andare estremamente bene o estremamente male”. Il referendum costituzionale, l’avvelenamento di Navalny, le proteste a Khabarovsk e Minsk confermano che l’Europa non può rinunciare a una strategia coesa e globale nei confronti del vicinato orientale. Il prezzo della disattenzione è non saper cogliere le improvvise occasioni che ci si presentano, nel bene e nel male, nel vicinato eurasiatico.</p>



<p>Anche per questo vale la pena guardare più da vicino la politica russa ed orientale dei Grünen/Bündnis 90, i Verdi tedeschi. La crescita astronomica nei sondaggi rende la sua partecipazione al prossimo governo una certezza quasi aritmetica, in coalizione con la CDU post-merkeliana o in un inedito formato di centro-sinistra con SPD e Linke. In ogni caso, il ritorno dei Verdi al potere sarebbe tutt’altro che un segnale di discontinuità nella politica estera tedesca. Un partito da sempre caratterizzato da una forte coscienza internazionale, i Verdi affondano le proprie radici nel movimento pacifista e le proteste antinucleari degli anni 70-80. Questa genesi pacifista è ciò che ha permesso ai suoi esponenti più centristi, fra cui famosamente l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer, di intraprendere una politica estera più “robusta” su temi quali missioni all’estero e rapporti con la NATO nel nome dei diritti umani. Non è un caso che il primo dispiegamento dell’esercito tedesco dalla Seconda Guerra Mondiale, l’intervento in Kosovo nel 1999, sia stato determinato proprio durante l’ultima esperienza di governo dei Verdi, per anni la formazione più di sinistra e intransigente in parlamento.</p>



<p>Queste aperture al centro, riconfermate con l’elezione di Robert Habeck e Annalena Baerbock alla segreteria nel 2018, non sono state senza polemiche. Già alla vigilia dell’intervento della Luftwaffe in Kosovo, Fischer fu bersagliato dagli attivisti con sacchetti di vernice, un’immagine che fino ad oggi simboleggia plasticamente le divergenze ideologiche fra base e leadership. La frattura fra sinistra e “realisti”, come si autodefiniscono i moderati verdi, è particolarmente deleteria nella politica orientale del partito. Se su temi come la Bundeswehr anche la sinistra Verde può argomentare le proprie tesi appoggiandosi a navigati specialisti, l’expertise su Russia ed Europa dell’Est si concentra quasi esclusivamente fra i realisti, su tutti il portavoce per la politica orientale Manuel Sarrazin, particolarmente ferrato su Polonia, o Marieluise Beck, fondatrice del “Centro per la Modernità Liberale” (LibMod). In passato tale squilibrio ha avuto gravi ripercussioni sul dibattito interno, soprattutto durante i lavori dei BAG, i gruppi di lavoro tematici aperti ai membri e per lo più retti dalla sinistra del partito. Dal 2015, fra leadership e BAG si consuma uno scontro latente sul conflitto ucraino, con una parte della base decisa a precludere qualsiasi velleità di intervento diretto o indiretto in supporto all’Ucraina. L’opposizione della sinistra Verde a qualsiasi confronto con la Russia ha complicato la linea di “solidarietà critica” verso Kyiv, esercitata soprattutto tramite pressioni riservate e imperniata su un severo confronto su diritti civili e ambientalismo. Alla radice di questo conflitto vi è soprattutto una tendenza più ampia della sinistra, non solo tedesca, di leggere gli eventi in Europa dell’Est esclusivamente attraverso una lente antiamericana e antiatlantica, un vizio eletto a ragion di stato dalla Linke e <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/lo-stato-della-sinistra/spd-a-occhi-chiusi-nel-neutralismo/">condiviso anche dal SPD</a>.</p>



<p>Proprio per questo esistono diversi tentativi di rammendare lo strappo nel tessuto politico del partito. Diversi esponenti Verdi con cui ho avuto occasione di discutere ripongono moderate speranze che nuovi gruppi di lavoro tematici, pur ancora in stato embrionale, permetteranno ai parlamentari verdi di ritrovare un dialogo con la base. La prospettiva di governo è senz’altro un forte incentivo per arrivare alle prossime elezioni uniti e pronti per dure consultazioni. Vi è però anche la volontà di capitalizzare sull’oggettiva capacità dei Verdi di posizionarsi con largo anticipo su temi umanitari. I Verdi sono stati fra i primi, nel 2012, a tematizzare i diritti civili in Ucraina come caposaldo della propria politica estera. L’ambientalismo rappresenta anche un utile veicolo di mobilitazione popolare in Russia, un paese martoriato da disastri ecologici che uniscono opposizione anti-Putin e cittadini “apolitici”. Su questo fronte assisteremo sicuramente ad un ampliamento delle attività della Heinrich-Böll-Stiftung, la fondazione di partito attiva in numerosi paesi dell’est europeo.</p>



<p>Se si dovesse materializzare lo tsunami di voti previsto per il 2021, i Verdi avrebbero a disposizione molti più fondi per ampliare ulteriormente il proprio respiro politico, ancora piuttosto scarso anche sul fronte delle consultazioni internazionali. Dove l’SPD e la sua Friedrich-Ebert-Stiftung possono infatti provare a costruire una <em>Ostpolitik</em> condivisa con polacchi, francesi e nordici, la politica Verde è ancora per lo più dettata dall’interesse e contatti di singoli esponenti. Questo è forse inevitabile per un partito di opposizione, soprattutto per un sistema che a differenza di quello italiano a tende dividere in maniera rigorosa le responsabilità della maggioranza e delle opposizioni nei lavori dell’aula. Ma tutto ciò potrebbe presto cambiare, rafforzando con mezzi e denaro un partito già ricco di capitale umano.</p>
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		<title>Russia: spiragli di cambiamento?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1694/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Anna Zafesova]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2019 07:45:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Mosca]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina, 35 prigionieri per parte, è stato il primo di questa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Lo scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina, 35 prigionieri per parte, è stato il primo di questa portata in cinque anni di guerra. Dalle prigioni russe sono stati liberati il regista crimeano Oleg Sentsov – riconosciuto dalla comunità internazionale come detenuto politico e insignito dal Parlamento Europeo del Premio Sakharov – e i 24 marinai militari sequestrati dalla Russia nell&#8217;incidente dello stretto di Kerch nel novembre scorso, oltre ad altri prigionieri politici. I russi restituiti al Cremlino sono stati mostrati nelle foto ufficiali con i volti coperti dalla sgranatura, che metteva ulteriormente in risalto i loro corpi muscolosi da membri delle truppe speciali: si tratta in prevalenza di guerriglieri e infiltrati nel Donbass. Rilevante è stata anche la differenza mediatica nel trattare l&#8217;evento nei due Paesi: in Ucraina, una festa nazionale, con il presidente Vladimir Zelensky – che ha realizzato la sua promessa elettorale di riportare a casa gli ucraini prigionieri – ad abbracciare gli ostaggi sotto la scaletta dell&#8217;aereo e autobus con i vetri scuri scortati dalla polizia&nbsp;per i russi atterrati a Mosca.</p>



<p>Il ritorno degli ostaggi consolida ulteriormente la posizione di Zelensky, che in poco più di 100 giorni di presidenza ha già conquistato la maggioranza assoluta nella nuova Rada e nominato un nuovo governo senza concedere nulla all&#8217;opposizione. Resta da capire perché il Cremlino ha concesso a Zelensky una tale apertura di credito, considerando che il nuovo leader ucraino non sembra, nonostante le accuse dei suoi critici, incline a concedere qualcosa a Mosca, esigendo il ritorno all&#8217;Ucraina della Crimea e del Donbass. Un gesto di buona volontà per far ripartire il processo negoziale di Minsk, è la spiegazione ufficiale dei portavoce del Cremlino (che ha accettato anche l&#8217;eliminazione dalla trattativa di Viktor Medvedchuk, il “comare di Putin”, capo della lobby filorussa e tradizionale mediatore tra Kiev e Mosca). I giornali indipendenti hanno però indicato un altro aspetto della lunga e tormentata trattativa sullo scambio di prigionieri: Kiev è stata costretta a liberare e restituire ai russi Vladimir Zemakh, separatista del Donbass e testimone chiave dell&#8217;abbattimento del Boeing malese nel luglio 2014. La magistratura olandese (la maggior parte delle 298 vittime sull&#8217;aereo partito da Amsterdam alla volta di Kuala-Lumpur era dei Paesi Bassi) ha chiesto a Kiev di non estradare un testimone così prezioso, ma lo stesso Zelensky ha ammesso che altrimenti Mosca avrebbe cancellato lo scambio. &nbsp;</p>



<p>Esiste però anche una chiave di lettura più politica, da cercare nei risultati delle elezioni amministrative tenutesi domenica 8 settembre a Mosca, Pietroburgo e altre città russe. Nella capitale l&#8217;opposizione ha conquistato 22 seggi su 45, mancando per poche decine di voti la maggioranza nella Duma di Mosca: un trionfo di Alexey Navalny e dei suoi sostenitori, nonostante mesi di arresti, manifestazioni con manganellate, perquisizioni, conti bloccati e minacce agli attivisti. I candidati di Navalny sono stati esclusi dal voto, i brogli e le manipolazioni sono stati numerosi e documentati, ma nonostante questo i candidati del potere hanno subito in metà delle circoscrizioni una sonora sconfitta.&nbsp;</p>



<p>Merito della campagna di Navalny, tra Internet e piazza, feroce, chiara e ben organizzata, che alternava rivelazioni sulla corruzione dei candidati governativi – il capo del partito Russia Unita della capitale, Metelskij, ha perso contro un semisconosciuto dopo la pubblicazione del suo patrimonio estero, con tanto di catena di alberghi di lusso in Austria – al cosidetto “voto intelligente”, un&#8217;invenzione di Navalny per convogliare il voto di protesta su un solo nome, quello dell&#8217;oppositore con più chance. Una tattica che gli ha attirato molte critiche in quanto la maggioranza del “listino Navalny” era composta da comunisti, ma che ha prodotto un attacco senza precedenti alle istituzioni del regime.</p>



<p>L&#8217;affluenza al voto è stata bassissima, intorno a un quinto degli aventi diritto quasi ovunque. La maggior parte dei russi ha votato con i piedi e, considerato che i sondaggi da mesi ormai registrano una caduta a picco della popolarità del Cremlino, gli spin-doctor governativi non hanno incitato gli elettori a recarsi alle urne, preferendo manipolare lo zoccolo duro dei dipendenti pubblici. I membri di Russia Unita non hanno presentato nemmeno una lista, correndo tutti come “indipendenti” per non mostrare nelle schede un logo che avrebbe suscitato soltanto odio. La risposta positiva degli elettori al “voto intelligente” di Navalny però ha mostrato che lo scontento da diffuso può diventare organizzato e guidato, e che il regime è vulnerabile agli strumenti della democrazia, perfino se limitata da censura e repressione.&nbsp;</p>



<p>UE questo potrebbe spiegare anche l&#8217;improvvisa apertura verso l&#8217;Ucraina. La situazione domestica, con la crisi economica e uno scontento ormai a malapena gestibile, non permette a Putin di mantenere aperto un fronte di guerra. La retorica bellicosa, che negli anni precedenti aveva pagato elettoralmente, ora sembra suscitare soltanto rabbia, e le gesta “geopolitiche” appaiono un lusso. La riapertura del negoziato di Minsk con Zelensky, Macron e Merkel, con la possibile cooptazione di Trump come chiesto dal leader di Kiev, permetterebbe forse al Cremlino di concentrarsi sul fronte interno, anche aumentando la repressione che però l&#8217;Occidente, in caso di distensione sui fronti internazionali, sarebbe meno incline a criticare. Mosca ha un bisogno disperato di uscire dall&#8217;isolamento internazionale, alleviare le sanzioni, attirare gli investimenti, e riconquistare un consenso che permetta al regime di porsi degli obiettivi e non soltanto di lavorare per la propria&nbsp;sopravvivenza.</p>
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